| Newsletter Confprofessioni N.13 |
editorialeChi rappresenta i professionisti?Finalmente sta riprendendo quota il dibattito sulla riforma degli ordinamenti professionali. Il lavoro avviato nelle scorse settimane alla Camera dall’onorevole Maria Grazia Siliquini ha senza dubbio il merito di riallacciare i fili di un discorso interrotto più di due anni fa: un trauma che ha spuntato le aspirazioni dei lavoratori intellettuali di poter disporre di moderni strumenti normativi che consentissero loro di affrontare a viso aperto il mutato contesto economico e sociale, aggravato da una pesantissima crisi, in cui si trovano a operare oggi gli studi professionali. Seppur sia apprezzabile il tentativo di arrivare ad una riforma condivisa (da valutare quanto partecipata), non sappiamo dove approderà l’indagine conoscitiva parlamentare. Del resto, le prime posizioni espresse dal sistema ordinistico nel corso delle audizioni alla Camera non lasciano presagire grandi novità; piuttosto emerge il tentativo di ricalcare una visione ordinistico-centrica, corporativa persino, che rischia di allontanare sempre più il professionista dal cittadino, dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. Tuttavia, il pericolo maggiore risiede nello scollamento definitivo tra l’ordine e il proprio iscritto. Il primo approccio del gotha degli albi alla riforma non pare infatti improntato alla volontà di affrontare e sciogliere i nodi più spinosi che stringono i polsi dei professionisti stessi. Al di là delle problematiche generiche, che toccano tariffe, società di capitali e percorsi formativi, gli orientamenti che emergono dalle prime consultazioni non sembrano voler risolvere il peccato originale di ogni riforma Nel corso degli ultimi 15 anni tutti i tentativi di un riordino degli albi professionali si sono impantanati sulle ambiguità degli ordini, che hanno sempre voluto mantenere la duplice veste di garanti della prestazione professionale rispetto ai cittadini, ma anche di difensori-censori delle categorie professionali: custodi della deontologia e al tempo stesso paladini dei diritti del professionista. Questa trasmutazione degli ordini, che si è sedimentata nel corso degli anni tra il disinteresse generale, ha tradito il mandato costituzionale che aveva chiamato le libere professioni a svolgere quel ruolo di “supplenza” dello Stato rispetto a fondamentali funzioni di natura pubblica e privatistica: dal diritto alla difesa a quello della salute, dalla tutela del territorio a quello del lavoro. Purtroppo il dualismo funzionale, avocato dagli ordini, non ha funzionato sul sistema professionale e, ancora peggio, ha causato l’arretramento “politico” delle categorie rispetto agli organi decisori del Paese. Ancor più grave non ha permesso di dare un senso compiuto a quel contributo di conoscenze che quotidianamente i singoli professionisti offrono allo sviluppo del Paese. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbiamo un popolo professionale altamente qualificato, ma talmente polverizzato che il concetto di “fare sistema” appare più una caricatura che una necessità non più emendabile; abbiamo competenze che raccolgono il plauso e l’ammirazione del mondo in ogni campo del sapere, ma restiamo incapaci di esprimere e rivendicare le nostre istanze davanti a istituzioni e cittadini che stentano inevitabilmente a identificare l’opera dell’intelletto in un sistema di saperi e di regole che appartengono a una categoria, a un modello virtuoso di conoscenze. Il bisticcio, non solo linguistico, che ha mescolato la rappresentanza dei professionisti con la rappresentatività delle categorie intellettuali si sta riproponendo oggi nei primi vagiti dell’ennesima riforma degli ordinamenti professionali. E il tentativo surrettizio di voler depistare il legislatore dal binario degli albi e collegi (il vero bersaglio del riordino) a quello dei loro iscritti (i professionisti) rischia di far abortire prima ancora del nascere la madre di tutte riforme. La sopravvivenza degli ordini passa inevitabilmente dalla loro capacità di riconquistare il loro ruolo di custodi del sapere intellettuale all’interno della società e di avere la capacità di proiettarsi verso una visione moderna delle professioni, trasformandosi in quell’autorità di garanzia a tutela degli interessi generali del Paese, delle istituzioni e dei cittadini.
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