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ATTENZIONE ALLA RITENUTA D’ACCONTO :::: Visita il nuovo sito ->

Una sentenza della Cassazione obbliga il professionista a pagare il tributo del cliente.

Avvicinandosi a grandi passi l’annuale scadenza della dichiarazione dei redditi, occorre che noi professionisti si faccia una certa attenzione, non solo ai soliti oneri deducibili dal reddito (contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori) od agli oneri detraibili dalle imposte (assicurazioni vita, interessi mutui abitazione principale, spese mediche ecc), ma anche e soprattutto alle ritenute d’acconto che abbiamo subito.

La Cassazione, con sentenza n. 14033 del 16.06.2006, ha stabilito che una ritenuta d’acconto che il professionista ha subito, ma che non risulta al Fisco reperita negli archivi dell’anagrafe tributaria come versata, e nemmeno dichiarata nell’apposito modello di dichiarazione dei sostituiti d’imposta, da colui che detta ritenuta ha effettuato nei confronti del professionista, non può essere dedotta.
Il professionista si trova pertanto, come suol dirsi “cornuto e mazziato”. Prima ha subito la ritenuta da parte del cliente sulla parcella, vedendosi decurtati gli onorari del 20%; dopo si trova costretto, a seguito di rettifica dell’Agenzia delle Entrate, a pagare (nuovamente) il medesimo 20% perché il cliente (che se ne è appropriato) non ha provveduto a versare al Fisco quanto ritenuto.
Ognuno di noi pensa sia scorretto imputare al professionista l’omissione del cliente, perché il professionista stesso si trova ad essere assoggettato a doppia imposizione, pagando ben due volte l’imposta sul medesimo reddito, en passant, cosa vietata dal nostro ordinamento.

La Suprema Corte ha invece affermato che in caso di mancato versamento della ritenuta d’acconto all’Erario, da parte del sostituto d’imposta, “il soggetto obbligato al pagamento del tributo è, comunque, anche il sostituito” (professionista). Di conseguenza, qualora quest’ultimo abbia detratto dall’imposta, nella propria dichiarazione dei redditi, la somma corrispondente alla ritenuta alla fonte non versata dal sostituto, l’ufficio può legittimamente recuperarla a tassazione.
Più precisamente la Suprema Corte ha ribadito che, in assenza di un’apposita certificazione che dimostri l’avvenuto versamento della ritenuta d’acconto da parte del sostituto d’imposta all’Erario, l’Agenzia delle Entrate mantiene l’azione diretta nei confronti del professionista e potrà esercitare sullo stesso i normali poteri di accertamento e riscossione, recuperando a vantaggio del Fisco le ritenute “indebitamente” detratte dall’imposta del medesimo professionista. Conclude la Corte che ovviamente il professionista potrà esercitare “il diritto di regresso verso il sostituto (cliente) che, dopo aver eseguito la ritenuta non l’abbia versata all’Erario, esponendolo così all’azione del Fisco”.  Il tutto ovviamente nell’intento di diminuire le cause nei nostri Tribunali e di facilitare la vita dei Contribuenti/Cittadini, visto che  nel nostro Paese le cause legali sono “notoriamente” semplici, rapide ed economiche.

Tenete in evidenza che all’Agenzia delle Entrate hanno ben presente la sentenza, e cominciano ad farne un uso generalizzato, alla faccia della crisi economica.
Morale: per provare a salvarvi, e se ci riuscite, fatevi almeno firmare dal Cliente al momento del pagamento la dichiarazione d’impegno che lo stesso “provvederà” al versamento della ritenuta effettuata “nei termini di legge” e, soprattutto, verificate se avete le certificazioni di tutte le fatture incassate.



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