Intervista
Parla Stefano Zappalà, capogruppo Forza Italia al Parlamento europeo
Per dieci anni ha calcato tutti i giorni i corridoi e le aule del Palazzo di Bruxelles. E non è ancora stanco. A 68 anni Stefano Zappalà, capogruppo di Forza Italia al Parlamento europeo, si presenta per la terza volta davanti agli elettori italiani per portare a termine il percorso legislativo comunitario che lo ha visto protagonista, per esempio, sul riconoscimento delle qualifiche professionali (direttiva 36/2005). Argomento delicatissimo, che in Italia ha avuto un battesimo assai complesso.
Onorevole Zappalà, che cosa è successo nel recepimento della direttiva 36/2005? Il decreto legislativo 206 ha recepito quasi intergralmente la direttiva 36, ma è inciampato in una svista, confondendo tra ordini, collegi e associazioni professionali.
Cioè? L’allegato 1 della direttiva fa riferimento alle associazioni anglosassoni, che nel regno Unito hanno valenza di Ordine professionale.
E le associazioni non regolamentate italiane? In quella direttiva non hanno titolo.
Una svista o qualcosa di più? Il decreto ministeriale del 28 aprile 2008, ultimo giorno del governo Prodi, permetteva alle associazioni non regolamentate di presentare in Europa richiesta di riconoscimento attraverso le cosiddette piattaforme comuni.
Poi il ricorso al Tar... Che in questi giorni ha annullato quel decreto, com’è giusto che fosse.
E ora? Il prossimo passo sarà quello di correggere il decreto legislativo 206/2007.
Come? Si può intervenire attraverso la Corte di giustizia europea o con un atto legislativo nazionale in sede di riforma delle professioni.
Pensa davvero si farà una riforma delle professioni in Italia? Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, mi ha detto che in autunno comincerà a prendere in esame la materia.
Come crede possa inserirsi la riforma italiana nel contesto europeo? La “direttiva qualifiche” ha messo ordine nel sistema delle attività intellettuali e ha posto le basi giuridiche per le professioni regolamentate, fino a estendere il modello ordinistico nazionale come possibile modello per il sistema professionale europeo.
Ma dove comincia il processo di riforma degli ordini italiani? A mio avviso, un processo di riforma deve partire inevitabilmente dalle competenze professionali. Oggi c’è molta confusone tra le professioni e bisogna definire chi è legittimato a svolgere una determinata attività e chi no.
È un problema solo italiano? In Italia è molto marcato, soprattutto nell’area economico-giuridica e in quella tecnica, ma i cittadini europei devono avere la certezza e la garanzia di poter rivolgersi a un professionista che abbia i medesimi requisiti e le medesime competenze in ogni Stato membro.
Pensa a qualcosa in particolare? Su questo fronte in Europa abbiamo fatto molto e il sistema comincia a funzionare. Adesso, si sta lavorando per semplificare ulteriormente la circolazione dei liberi professionisti nei Paesi dell’Unione europea.
Come? Il Parlamento sta studiando di introdurre una tessere elettronica professionale che contenga tutti i documenti necessari allo svolgimento dell’attività professionale in ogni Paese.
Quando i professionisti italiani avranno in tasca la loro tessera? La procedura è molto articolata, ma il progetto di studio è in fase avanzata.
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