| Editoriale
L’Europa per noi professionisti
Da quasi 50 anni ronza nelle nostre orecchie una parola che sfugge, un’idea che ancora oggi non riusciamo ad afferrare nella sua semplicità. Dal Trattato di Roma a quello di Lisbona, passando attraverso Maastricht e Schengen, ogni giorno inciampiamo, più o meno consapevolmente, in quella astrazione che chiamiamo Europa.
Ma che cos’è l’Europa per noi professionisti? Fino a oggi è stata una bellissima chimera, un sussulto o, forse, un’occasione mancata.
Nel 2000 il Trattato di Lisbona aveva tracciato la rotta dei desideri, disegnando un modello economico competitivo basato sulla conoscenza per rilanciare la ricerca, l’istruzione e l’innovazione. È una visione che pone ancora oggi il lavoro intellettuale in ogni snodo produttivo e sociale del continente e, idealmente, esalta il professionista come fondamentale raccordo tra sapere e saper fare, anello di congiunzione tra ricerca e prodotto, tra cittadino e Stato. Non siamo autoreferenziali.
Nella risoluzione del 16 dicembre 2003 il Parlamento europeo ha dichiarato: «le libere professioni sono uno dei pilastri del pluralismo e dell’indipendenza all’interno della società e svolgono ruoli di interesse pubblico». Un principio universale che ha trovato accoglienza, sul piano legislativo, nella direttiva 2005/36/CE sul mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali e nella cosiddetta direttiva servizi (2006/123/CE). A prescindere da alcuni scivoloni interpretativi in fase di recepimento, le due direttive hanno tolto gli ostacoli che impedivano la libera circolazione di persone e servizi dentro i confini dell’Unione. La libera prestazione dei servizi e la libertà di stabilimento dei professionisti in ogni Stato europeo sono due punti fermi da cui bisogna ripartire per dare piena attuazione alla risoluzione del dicembre 2003.
Fatta la cornice legislativa, adesso bisogna portare a compimento il quadro politico delle professioni in Europa. Fino a oggi il sistema delle professioni è rimasto ai confini delle politiche comunitarie, in quel limbo a ridosso dell’impresa e dei servizi che non ha trovato adeguato sbocco al riconoscimento delle sue specificità e valenza economica. Che cosa dobbiamo aspettarci, dunque, dall’Europa? Le elezioni europee del 6 e 7 giugno sono uno straordinario banco di prova per soppesare quello che Bruxelles chiede ai professionisti europei, ma anche il termometro per misurare quello che l’Europa può dare alle attività intellettuali.
Sappiamo che la riforma delle professioni in Italia non potrà prescindere dal dettato dell’Unione, ma non sappiamo ancora quale sarà il peso e l’attenzione che le politiche europee vorranno e dovranno riservare al comparto professionale e alle sue rappresentanze per completare quel processo di riconoscimento del ruolo e delle funzioni che ogni singolo professionista svolge, quotidianamente, al fianco del cittadino, dell’impresa e delle amministrazioni pubbliche. Ma questa volta servono atti concreti per portare nella programmazione delle politiche comunitarie e nella legislazione interventi chiari a sostegno del comparto professionale che, al pari di altri, sta attraversando un momento difficilissimo in tutta Europa.
Finora abbiamo assistito a una politica unilaterale, in particolare sul fronte della mobilità e dell’internazionalizzazione, a favore del sistema imprenditoriale e finanziario che hanno drenato quasi tutte le risorse disponibili.
Se vogliamo tenere fede ai buoni propositi del Trattato di Lisbona, occorre riequilibrare il modello di sviluppo, oggi troppo sbilanciato su capitale e produzione, banche e imprese che nel loro abbraccio incestuoso hanno scatenato la crisi più dura degli ultimi 50 anni, recuperando il ruolo della conoscenza, del sapere e del saper fare.
Gaetano Stella, Presidente Confprofessioni
|